Prime volte… (ovvero di come l’esercizio renda perfetti)

– Buongiorno, avrei bisogno la pillola per la mia ragazza.
– Ha la ricetta?
– Ehm… no… non me l’ha lasciata…
– Come si chiama la pillola?
– …
– …non si ricorda?
– …Fedra?
– E’ sicuro?
– No… Ma se vedo la scatola la riconosco…
(…)
– Sì è lei!
– Comunque senza ricetta non potrei vendergliela…
– …
(Occhioni da gatto con gli stivali)
– Guardi, mi spiace, di solito la compra lei, questa volta si è dimenticata ed esce tardi dal lavoro… Dovrebbe poi mettersi a cercare una farmacia di turno…
(Mi sorride)
– Ok, tenga.
– Grazie mille!
– La scarica, vuole darmi il codice fiscale?
– Eh… guardi… ho solo il mio… mi sarebbe un po’ difficile giustificarla…

E questa scena (ormai studiata alla perfezione in ogni sua singola variabile) si ripete ogni mese della mia vita…

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L’inutile e (spero) breve vita di Chivalà, portinaio. Parte 2. (L’origine di un nome)

Ore: 2,45AM.
Un anno fa… circa.
Seduto a gambe incrociate su sacchi di sale grosso usati nei periodi invernali, giro una sigaretta.
Caffè della macchinetta 30centesimi miscela Premium e 5minuti di pausa.
In lontananza si sente il rumore della cinghia della Panda scassata del portinaio/guardia notturna.
Si avvicina.
Mi accendo la sigaretta.
Il faro (l’altro è bruciato) comincia a tagliare in diagonale il cortile, poi svolta a destra dietro un capannone. riapparirà tra un minuto a cinquanta metri da me, dalla parte opposta del cortile per colpirmi in piena faccia.
Accendo la sigaretta.
Assaggio il caffè (ha lo stesso orribile gusto di quello normale da 27centesimi, soldi ben spesi…)

Il cono di luce si avvicina, mi colpisce, ma è talmente debole che non mi illumina neanche.
Rumore di freni senza pastiglie.
Il motore batte in testa.
La portiera si apre.
Si accende una torcia e mi viene puntata in faccia. ­

– Chivalà?

(Chivalà?!? Forse è la prima volta in vita mia che, nel mondo reale, sento pronunciare quella frase. Nei film forse, quelli di guerra, in qualche telefilm può darsi… L’unica cosa certa è che il “dichiarante” di solito fa una brutta fine. Poi inizia il film, o il telefilm o quant’altro…)

– Conti. Quello dell’agenzia…
– Ah… ciao… scusa… è che sai… di notte… non si sa mai…
– Certo… (è solo il tuo lavoro e poi io sono vestito dalla testa ai piedi con il nome della ditta stampato in caratteri cubitali dappertutto… capisco…)
– Come va?
– …bene… (addio 5minuti di pausa)
– Hai una sigaretta?
– Ho il tabacco… se vuoi… (ma tu non vuoi vero?)
– Non sono capace a girarle… Me ne giri una?
– Con gesti amorevoli recupero filtro, cartina e tabacco (che sta finendo). Dispongo il tabacco nella piega, il filtro a sinistra, arrotolo leggermente facendo una leggera pressione. Con i pollici spingo il lato inferiore della cartina lontano da me, con gli indici porto il lato della colla dalla parte opposta e comincio a girare. Per finire una grande leccata come forse solo un bambino con i francobolli.
– Scusa, forse sarà un po’ umida…
– Tranquillo non mi fa schifo!
– (Che sfiga…)

Chivalà comincia a parlare, non ricordo una sola parola. Calcio? Vacanze? Lavoro? Annuisco.
La sigaretta sembra infinita.
Il caffè mi guarda ormai freddo…

– Torno dentro. Forse una macchina si è fermata.
– E come hai fatto a sentirlo?
– …perchè… non la sento?
– Eh beh giusto! Grazie per la siga!
– Figurati.
– Come hai detto che ti chiami?
– Conti. Quello dell’agenzia… 

Inutile e (spero) breve vita di Chivalà, portinaio. Parte 1. (Trattato di sociologia spicciola)

Dopo 8 mesi di disoccupazione si torna a lavorare in fabbrica.
La solita telefonata del tizio dell’agenzia il venerdì alle 3 del pomeriggio: “Può iniziare lunedì?”
Passo il cancello, scivolo davanti alla portineria mentre parlo con un collega che mi dice benvenuto e vado verso le scale…

– Hey tu!
Mi giro. Una figura tozza spunta dalla finestrella del cubicolo prefabbricato dell’ultima vedetta lombarda.
– E tu saresti?
– Conti, c’ero già l’anno scorso.
Aggrotta le sopracciglia per l’immensa mole di dati da elaborare.
Torno indietro.
– Un Conti c’è già ed è già dentro!
Mi guarda con fare sospetto.
– Conti. Quello dell’agenzia…
– Aspetta che cerco.
Fa scorrere il dito su due fogli stampati di Excel con una quindicina di nomi.
Ovviamente parte da quello con scritto sopra in caratteri grassettati e in corpo 32: DIPENDENTI…
– Non ci sei.
Il mio collega aspetta e sogghigna.
Ripeto robotico…
– Quello dell’agenzia…
– Ah! Ok eccoti vai pure!
Mi allontano. Guardo il mio collega.
– Come ti dicevo non è cambiato niente. Neanche Chivalà.
– Menomale… a certe cose ci tengo!

Gli auguri di cui faresti volentieri a meno

La banca:
Un pensiero per un giorno speciale…
Ci sono giorni impossibili da dimenticare e oggi è uno di questi!
(magari la prossima volta ricordatevelo quando vi chiedo un prestito…)

Facebook:
Aiuta i tuoi amici X, Y e Z a festeggiare il loro compleanno!

InfoJobs:
Goditi questa giornata e ricorda che, se stai cercando lavoro, ti aspettiamo sul sito!

Cercolavoro:
Tanti auguri! Trascorri una giornata serena e allegra! Ricorda che, se stai cercando lavoro, ti aspettiamo sul sito!

EyeCV: oggi è un giorno speciale! Aggiorna il tuo curriculum!

Di caffè, compilation e docce

– Per esempio… Ieri sera ho finito di lavorare a mezzanotte, sono arrivata a casa e mi sono fatta la doccia ed ero così.
(Mima uno zombie con i capelli che le cadono davanti alla faccia e le braccia nella classica posizione)
– Eh… Capisco… Poi dipende dai momenti in cui ti fai la doccia…
Una delle due si accorge di me.
– Dica.
– Un caffè.
(Dico)
Si gira verso la collega/amica sulle cui palpebre si intravede ancora qualche segno della nottata precedente. Nell’aria suona un pezzo dei Queen, sullo schermo del PC si intravede la pagina di Spotify.
– …comunque proprio un bel sound…
Mi serve il caffè.
– Stamattina ci voleva…
Metto lo zucchero.
– Come hai detto che si chiama la playlist? Così poi la rimetto.
Mescolo.
– “Canzoni da cantare sotto la doccia”.
Bevo.
– Ah! Ecco perché ne stavamo parlando…
Pago.
– …di cosa?
– di docce!
Esco.

Oggi è un giorno migliore

Mi sveglio. Caffè. Ho solo una sigaretta. La fumo e dopo poco guardo il pacchetto vuoto come sperando in una moltiplicazione dei pani e dei pesci. Devo uscire. Voglia Zero.

Il tabacchino è subito dietro l’angolo, dopo un bar. Il suo nome è Bar Mao. Prima era gestito da italiani, il proprietario si chiama(va) Maurizio, Mao per gli amici, ora è stato comprato (in contanti, si dice) da cinesi. Ironia della sorte. Bar Mao.

Passo la vetrina del bar, quasi davanti all’ingresso del tabacchino mi sento chiamare. È mio zio. In realtà era lo zio di mio padre, fratello di mia nonna. Quindi? Prozio?
Mio “zio” è un vecchietto pimpante di 85 anni. Magro. Occhi azzurri. Va ancora a ballare il liscio due volte a settimana. Ex autista di pullman (lui le chiama ancora “le corriere”), vedovo da una ventina d’anni (sua moglie, mia “zia” era bolognese e faceva le lasagne più buone dell’universo), capello grigio con riga al lato da Gommina Linetti, barba a lametta tutti i giorni, una casa impeccabile senza un granello di polvere, latin lover incallito.
Ogni volta mi offre il caffè. Anche questa volta andrà così.

– Hai già preso il caffè?
– Sì l’ho appena bevuto zio.
– Dai vieni dentro, un caffè si beve sempre!

Sorrido. Adoro il suo perenne entusiasmo. Ci salutiamo baciandoci sulle guance. Il suo profumo stile “dopobarba di una volta” mi avvolge. Ci perdiamo in chiacchiere. Chiede di me. Come Stai? È un po’ che non ti vedo! Lavoro? Ecc..

– E tu come stai zio?
– Ma bene dai, i soliti acciacchi… insomma… ho una certa età… – ne dimostra almeno 20 in meno –
Però vado sempre a ballare. Ho conosciuto una Signora sai? Bella donna, abita qui vicino. Andiamo spesso a ballare insieme, – i suoi occhi si riempiono di luce – mi chiama due o tre volte a giorno. Ci siamo incontrati a ballare e adesso balliamo sempre insieme. È una donna ricca, aveva un negozio di argenteria. Ogni tanto io le dico: “Ma cosa ci fai tu con me? Tu hai una villa, una casa in Sardegna e una in montagna, io sono solo un povero pensionato…” E lei: “Hai dei begli occhi, sei simpatico, con te sto bene.” Aspetta ho una foto!

Ormai abituato dalla tecnologia mi stupisco per un attimo quando tira fuori dalla tasca sinistra dei pantaloni (perfettamente stirati) il portafogli. Tasca sinistra, strano…
Mi mostra una foto tessera accuratamente riposta in uno scomparto a vista. È punzonata negli angoli, simbolo della sua ex funzione da Carta d’Identità. La foto è arrossata come solo le pellicole Kodak sanno fare dopo tanti anni. La signora in questione è una bella donna, con un bel sorriso. Guardo mio “zio”. Lui guarda la foto con emozione.
Facciamo ancora due chiacchiere e lui torna sempre a parlare della sua compagna di ballo. Poi ci salutiamo.

Vado a comprare le sigarette. Mi sento un sorriso stampato in faccia. Inizia a piovere e non ho l’ombrello ma non mi importa, oggi è un giorno migliore.

Coetaneo negli anni ’90

Un ragazzo e una ragazza si dividono gli auricolari per ascoltare un po’ di musica in treno. Età media 16. Lei prende in mano il telefono e apre l’applicazione.

– Scegli una lettera.
– Mh… Zeta.
– Uff… Non ho niente con la Zeta… No, aspetta! Zombie!
– Quella dei Cranberries?
– Chi?!?
– (Un po’ deluso) No niente… Un vecchio gruppo di vent’anni fa…
– Perché? Tu ascolti roba così vecchia?!?
– Ma no… (si arrampica vistosamente sugli specchi) Boh… Mio zio… Il fratello di mia madre… Non so neanche perché mi è venuto in mente…
– Ah… Mi sembrava strano…