L’inutile e (spero) breve vita di Chivalà, portinaio. Parte 2. (L’origine di un nome)

Ore: 2,45AM.
Un anno fa… circa.
Seduto a gambe incrociate su sacchi di sale grosso usati nei periodi invernali, giro una sigaretta.
Caffè della macchinetta 30centesimi miscela Premium e 5minuti di pausa.
In lontananza si sente il rumore della cinghia della Panda scassata del portinaio/guardia notturna.
Si avvicina.
Mi accendo la sigaretta.
Il faro (l’altro è bruciato) comincia a tagliare in diagonale il cortile, poi svolta a destra dietro un capannone. riapparirà tra un minuto a cinquanta metri da me, dalla parte opposta del cortile per colpirmi in piena faccia.
Accendo la sigaretta.
Assaggio il caffè (ha lo stesso orribile gusto di quello normale da 27centesimi, soldi ben spesi…)

Il cono di luce si avvicina, mi colpisce, ma è talmente debole che non mi illumina neanche.
Rumore di freni senza pastiglie.
Il motore batte in testa.
La portiera si apre.
Si accende una torcia e mi viene puntata in faccia. ­

– Chivalà?

(Chivalà?!? Forse è la prima volta in vita mia che, nel mondo reale, sento pronunciare quella frase. Nei film forse, quelli di guerra, in qualche telefilm può darsi… L’unica cosa certa è che il “dichiarante” di solito fa una brutta fine. Poi inizia il film, o il telefilm o quant’altro…)

– Conti. Quello dell’agenzia…
– Ah… ciao… scusa… è che sai… di notte… non si sa mai…
– Certo… (è solo il tuo lavoro e poi io sono vestito dalla testa ai piedi con il nome della ditta stampato in caratteri cubitali dappertutto… capisco…)
– Come va?
– …bene… (addio 5minuti di pausa)
– Hai una sigaretta?
– Ho il tabacco… se vuoi… (ma tu non vuoi vero?)
– Non sono capace a girarle… Me ne giri una?
– Con gesti amorevoli recupero filtro, cartina e tabacco (che sta finendo). Dispongo il tabacco nella piega, il filtro a sinistra, arrotolo leggermente facendo una leggera pressione. Con i pollici spingo il lato inferiore della cartina lontano da me, con gli indici porto il lato della colla dalla parte opposta e comincio a girare. Per finire una grande leccata come forse solo un bambino con i francobolli.
– Scusa, forse sarà un po’ umida…
– Tranquillo non mi fa schifo!
– (Che sfiga…)

Chivalà comincia a parlare, non ricordo una sola parola. Calcio? Vacanze? Lavoro? Annuisco.
La sigaretta sembra infinita.
Il caffè mi guarda ormai freddo…

– Torno dentro. Forse una macchina si è fermata.
– E come hai fatto a sentirlo?
– …perchè… non la sento?
– Eh beh giusto! Grazie per la siga!
– Figurati.
– Come hai detto che ti chiami?
– Conti. Quello dell’agenzia… 

Inutile e (spero) breve vita di Chivalà, portinaio. Parte 1. (Trattato di sociologia spicciola)

Dopo 8 mesi di disoccupazione si torna a lavorare in fabbrica.
La solita telefonata del tizio dell’agenzia il venerdì alle 3 del pomeriggio: “Può iniziare lunedì?”
Passo il cancello, scivolo davanti alla portineria mentre parlo con un collega che mi dice benvenuto e vado verso le scale…

– Hey tu!
Mi giro. Una figura tozza spunta dalla finestrella del cubicolo prefabbricato dell’ultima vedetta lombarda.
– E tu saresti?
– Conti, c’ero già l’anno scorso.
Aggrotta le sopracciglia per l’immensa mole di dati da elaborare.
Torno indietro.
– Un Conti c’è già ed è già dentro!
Mi guarda con fare sospetto.
– Conti. Quello dell’agenzia…
– Aspetta che cerco.
Fa scorrere il dito su due fogli stampati di Excel con una quindicina di nomi.
Ovviamente parte da quello con scritto sopra in caratteri grassettati e in corpo 32: DIPENDENTI…
– Non ci sei.
Il mio collega aspetta e sogghigna.
Ripeto robotico…
– Quello dell’agenzia…
– Ah! Ok eccoti vai pure!
Mi allontano. Guardo il mio collega.
– Come ti dicevo non è cambiato niente. Neanche Chivalà.
– Menomale… a certe cose ci tengo!