Pastori tedeschi

Insegnante: In Belgio è legale il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Probabilmente ad alcuni di voi potrà sembrare strano perché non esiste questa istituzione nei vostri paesi d’origine…

R.A.C.D.C.I.S.C. (Ragazza a caso durante il corso di integrazione soprannominata Candore): Beh oggigiorno è normale! Ho sentito dire che in Germania ci sono locali dove la gente può fare sesso con i cani!

(Non si è mai stati così sicuri dell’inizio di un’era glaciale)

Io: Tranquilla, solo se i cani sono maggiorenni.

(Il sole splende ancora in Belgica).

Se un pomeriggio d’autunno un viaggiatore (alla Lidl)… (Ovvero incontri con un italiano in Belgio 2)

Lidl. Coda per la cassa.

Davanti a me una ragazza giovane con pargolo in braccio e genitori di lei che caricano sul nastro svuotando un carrello infinito di roba degno di una borsa da viaggio intercontinentale di Mary Poppins. Una scena famigliare (in entrambi i sensi)…

Siamo divisi da un omone grosso, ancora con i vestiti da lavoro addosso (…carpentiere? …imbianchino?) il classico “amico porzione singola” di Palahniuk: scatole di roba surgelata, insalate pronte, barattolo di maionese e birra. Solitudine operaia in carrello.

Padre: Ma il Chianti non era in offerta?

Mi riprendo dalla distrazione, cerco di decodificare il linguaggio, ma non c’è nulla da decodificare, ho proprio sentito bene.

La cassiera strabuzza gli occhi. Lo vede alieno ma cerca di mantenere compostezza. Guarda la figlia speranzosa.

Figlia (guarda il padre come un adolescente guarda un genitore in pubblico): Ma papà…

Padre (alzando degli occhi al cielo che dicono “Ah già che sono all’estero!”): MA-IL-CHIAN-TI-NON-ERA-IN-OF-FER-TA?

(scandendo e con voce più alta)

Commessa (non regge e tenta un inglesissimo): Sorry?!?

L’amico porzione singola si gira indietro ridacchiando.

Incrocia il mio sguardo.

Ributto un occhio al suo carrello: spaghetti, parmigiano grattugiato, pelati in barattolo).

Ci capiamo.

Nel nostro sguardo c’è tutto. C’è il sopraccigli accigliato “ci facciamo proprio riconoscere dappertutto”, c’è il luccichio “solo noi”, c’è quella piccola rughetta che punta verso l’alto “voglio vedere come va a finire”.

Interviene la figlia e in due parole (olandesi) risolve la situazione.

Tutto a posto, intorno a noi nessuno sembra essersi accorto di nulla. Tutti composti, come sempre. Tutti sereni e imperturbabili, come sempre e la parola “polite” riesce, anche oggi, ad acquistare nuova forza espressiva.

Doppio surrealismo belga (o delle mille chiamate al giorno dei call center italiani)

Mi sveglio. Sonnellino pomeridiano da giorno libero. Cellulare silenzioso.
Una chiamata persa.

Ancora traumatizzato dai mille call center che chiamavano ogni giorno quando ero in Italia, ancora con gli occhi mezzo aperti (o mezzo chiusi) copio il numero e lo incollo su Googl…

Squillo.

Stesso numero.

(segue traduzione dall’olandese)

– Pronto? Sono Matteo.

– Buongiorno. sono Patrik.

– Buongiorno.

– Noi non ci conosciamo… 

(Inizio a preoccuparmi…)

– …l’ho chiamata anche poco fa ma mi sono accorto di avere sbagliato numero… Volevo chiederle scusa… Mi dispiace per il disturbo…

(La mia bocca si spalanca incredula e farfuglio)

– Ma no… Non si preoccupi… La ringrazio… Ma non si doveva scomodare…

– Lei è straniero?

– Sì sono italiano, sono qui da poco…

– (Ride) Eh… Noi belgi siamo fatti così… Si abituerà!

– …

Click.

Nuove specie, l’Italiano-Italiano ovvero Incontri con un italiano in Belgio (cosa rara come le maratone di Mentana in TV)

Lui: Ma Voi siete italiano?
Io: Sì.

Lui: Anch’io! Di dove?

Io: Alessandria, una cittadina tra Torino e Genova. E tu?

Lui: Ah, no. Io sono nato qui. Abito a (aggiungi nome a caso di città belga con miniera). I miei genitori/nonni sono di (aggiungi nome a caso di città del centro/sud Italia). Ma da piccolo andavamo sempre in vacanza lì.

Io: Beh… ma l’italiano lo parli ancora bene!

(a parte il fatto che ti danno del Voi)

Lui: Sì… dai… insomma… non come Voi che siete Italiano-Italiano!

Prime volte… (ovvero di come l’esercizio renda perfetti)

– Buongiorno, avrei bisogno la pillola per la mia ragazza.
– Ha la ricetta?
– Ehm… no… non me l’ha lasciata…
– Come si chiama la pillola?
– …
– …non si ricorda?
– …Fedra?
– E’ sicuro?
– No… Ma se vedo la scatola la riconosco…
(…)
– Sì è lei!
– Comunque senza ricetta non potrei vendergliela…
– …
(Occhioni da gatto con gli stivali)
– Guardi, mi spiace, di solito la compra lei, questa volta si è dimenticata ed esce tardi dal lavoro… Dovrebbe poi mettersi a cercare una farmacia di turno…
(Mi sorride)
– Ok, tenga.
– Grazie mille!
– La scarica, vuole darmi il codice fiscale?
– Eh… guardi… ho solo il mio… mi sarebbe un po’ difficile giustificarla…

E questa scena (ormai studiata alla perfezione in ogni sua singola variabile) si ripete ogni mese della mia vita…

L’inutile e (spero) breve vita di Chivalà, portinaio. Parte 2. (L’origine di un nome)

Ore: 2,45AM.
Un anno fa… circa.
Seduto a gambe incrociate su sacchi di sale grosso usati nei periodi invernali, giro una sigaretta.
Caffè della macchinetta 30centesimi miscela Premium e 5minuti di pausa.
In lontananza si sente il rumore della cinghia della Panda scassata del portinaio/guardia notturna.
Si avvicina.
Mi accendo la sigaretta.
Il faro (l’altro è bruciato) comincia a tagliare in diagonale il cortile, poi svolta a destra dietro un capannone. riapparirà tra un minuto a cinquanta metri da me, dalla parte opposta del cortile per colpirmi in piena faccia.
Accendo la sigaretta.
Assaggio il caffè (ha lo stesso orribile gusto di quello normale da 27centesimi, soldi ben spesi…)

Il cono di luce si avvicina, mi colpisce, ma è talmente debole che non mi illumina neanche.
Rumore di freni senza pastiglie.
Il motore batte in testa.
La portiera si apre.
Si accende una torcia e mi viene puntata in faccia. ­

– Chivalà?

(Chivalà?!? Forse è la prima volta in vita mia che, nel mondo reale, sento pronunciare quella frase. Nei film forse, quelli di guerra, in qualche telefilm può darsi… L’unica cosa certa è che il “dichiarante” di solito fa una brutta fine. Poi inizia il film, o il telefilm o quant’altro…)

– Conti. Quello dell’agenzia…
– Ah… ciao… scusa… è che sai… di notte… non si sa mai…
– Certo… (è solo il tuo lavoro e poi io sono vestito dalla testa ai piedi con il nome della ditta stampato in caratteri cubitali dappertutto… capisco…)
– Come va?
– …bene… (addio 5minuti di pausa)
– Hai una sigaretta?
– Ho il tabacco… se vuoi… (ma tu non vuoi vero?)
– Non sono capace a girarle… Me ne giri una?
– Con gesti amorevoli recupero filtro, cartina e tabacco (che sta finendo). Dispongo il tabacco nella piega, il filtro a sinistra, arrotolo leggermente facendo una leggera pressione. Con i pollici spingo il lato inferiore della cartina lontano da me, con gli indici porto il lato della colla dalla parte opposta e comincio a girare. Per finire una grande leccata come forse solo un bambino con i francobolli.
– Scusa, forse sarà un po’ umida…
– Tranquillo non mi fa schifo!
– (Che sfiga…)

Chivalà comincia a parlare, non ricordo una sola parola. Calcio? Vacanze? Lavoro? Annuisco.
La sigaretta sembra infinita.
Il caffè mi guarda ormai freddo…

– Torno dentro. Forse una macchina si è fermata.
– E come hai fatto a sentirlo?
– …perchè… non la sento?
– Eh beh giusto! Grazie per la siga!
– Figurati.
– Come hai detto che ti chiami?
– Conti. Quello dell’agenzia… 

Inutile e (spero) breve vita di Chivalà, portinaio. Parte 1. (Trattato di sociologia spicciola)

Dopo 8 mesi di disoccupazione si torna a lavorare in fabbrica.
La solita telefonata del tizio dell’agenzia il venerdì alle 3 del pomeriggio: “Può iniziare lunedì?”
Passo il cancello, scivolo davanti alla portineria mentre parlo con un collega che mi dice benvenuto e vado verso le scale…

– Hey tu!
Mi giro. Una figura tozza spunta dalla finestrella del cubicolo prefabbricato dell’ultima vedetta lombarda.
– E tu saresti?
– Conti, c’ero già l’anno scorso.
Aggrotta le sopracciglia per l’immensa mole di dati da elaborare.
Torno indietro.
– Un Conti c’è già ed è già dentro!
Mi guarda con fare sospetto.
– Conti. Quello dell’agenzia…
– Aspetta che cerco.
Fa scorrere il dito su due fogli stampati di Excel con una quindicina di nomi.
Ovviamente parte da quello con scritto sopra in caratteri grassettati e in corpo 32: DIPENDENTI…
– Non ci sei.
Il mio collega aspetta e sogghigna.
Ripeto robotico…
– Quello dell’agenzia…
– Ah! Ok eccoti vai pure!
Mi allontano. Guardo il mio collega.
– Come ti dicevo non è cambiato niente. Neanche Chivalà.
– Menomale… a certe cose ci tengo!

Gli auguri di cui faresti volentieri a meno

La banca:
Un pensiero per un giorno speciale…
Ci sono giorni impossibili da dimenticare e oggi è uno di questi!
(magari la prossima volta ricordatevelo quando vi chiedo un prestito…)

Facebook:
Aiuta i tuoi amici X, Y e Z a festeggiare il loro compleanno!

InfoJobs:
Goditi questa giornata e ricorda che, se stai cercando lavoro, ti aspettiamo sul sito!

Cercolavoro:
Tanti auguri! Trascorri una giornata serena e allegra! Ricorda che, se stai cercando lavoro, ti aspettiamo sul sito!

EyeCV: oggi è un giorno speciale! Aggiorna il tuo curriculum!

Di caffè, compilation e docce

– Per esempio… Ieri sera ho finito di lavorare a mezzanotte, sono arrivata a casa e mi sono fatta la doccia ed ero così.
(Mima uno zombie con i capelli che le cadono davanti alla faccia e le braccia nella classica posizione)
– Eh… Capisco… Poi dipende dai momenti in cui ti fai la doccia…
Una delle due si accorge di me.
– Dica.
– Un caffè.
(Dico)
Si gira verso la collega/amica sulle cui palpebre si intravede ancora qualche segno della nottata precedente. Nell’aria suona un pezzo dei Queen, sullo schermo del PC si intravede la pagina di Spotify.
– …comunque proprio un bel sound…
Mi serve il caffè.
– Stamattina ci voleva…
Metto lo zucchero.
– Come hai detto che si chiama la playlist? Così poi la rimetto.
Mescolo.
– “Canzoni da cantare sotto la doccia”.
Bevo.
– Ah! Ecco perché ne stavamo parlando…
Pago.
– …di cosa?
– di docce!
Esco.

Mens sana in mensa insana 2. (Il Pesto)

– Vuoi il primo?
– Cosa c’è?
– Pasta al pesto.
– Ok.
– Vuoi il formaggio?
– Sì, grazie!
Toglie il coperchio e mi guardano una serie di fusilli sconditi. A sinistra un recipiente con il pesto e poi uno con il formaggio.
Mi serve.
Guardo il piatto.
Fusilli e formaggio.
– E il pesto?
– Ah scusa! Tieni… Frutta?